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- ASSOCIAZIONE «ORRIDO D’INVERIGO»

- ASSOCIAZIONE ONLUS «LE CONTRADE»

- GRUPPO LAVORO PGT INVERIGO MIGLIORE





SEGNALAZIONE DATI ALL’AMMINISTRAZIONE COMUNALE D’INVERIGO

PER LA STESURA DEL “PIANO DI GOVERNO DEL TERRITORIO”



- III -



VILLA CRIVELLI, DETTA ANCHE “IL CASTELLO”

CON IL VIALE DEI CIPRESSI



NOTA SULLO STATO DI CONSERVAZIONE DI EDIFICI ED ALTRI

BENI SOTTOPOSTI A VINCOLI E TUTELE A NORMA DI LEGGE,

CON PROPOSTE DI SALVAGUARDIA IN OCCASIONE DEL

DECORSO DELLA “CONVENZIONE SUL RECUPERO”

ED IN PREVISIONE DELLA STESURA DEL P. G. T.

DI INVERIGO, LUOGO DELL’IDENTITÀ”




1 - PREMESSA.

Villa Crivelli d’Inverigo è costituita da tre corti chiuse: la corte del Castrum (o del Campè), la corte del Fattore e la corte nobile; all’intorno sussistono poi anche diversi edifici colonici. Il complesso rappresenta un unico poiché in esso vi si legge il passaggio architettonico e storico da castrum medievale e torre militare, a dimora poi di corte di famiglia aristocratica rurale e infine a villa di delizia con un esteso giardino e varie cascine di pertinenza. Le trasformazioni, avvenute nel corso di quasi dieci secoli, sono tuttora rilevabili nelle diverse parti della Villa. Il fatto poi che il complesso venga tuttora denominato indifferentemente Villa o Castello, evidenzia la sua struttura composita. Il Viale dei Cipressi e la Scalinata al Gigante costituiscono “estensioni” che escono dal giardino di Villa Crivelli ed insieme “segnano” fortemente un vasto territorio che dal colmo della collina scende sino alla piana del fiume Lambro.

In questo momento, l’Amministrazione Comunale sta elaborando il PGT e nel contempo dovrà procedere al rinnovo con la Società Agritrade, proprietaria del Castello, della «Convenzione per l’attuazione del piano di recupero di Villa Crivelli». La revisione dovrebbe perciò collocarsi entro il quadro generale più ampio del PGT, ponendosi come obiettivo il riesame delle scelte strategiche urbanistiche, ambientali e sociali che si dovrebbero adottare nella prospettiva di salvaguardare il territorio per le future generazioni.

Queste premesse hanno guidato le osservazioni che qui di seguito si va ad esporre.





2 – LE VICENDE STORICHE DEL CASTELLO D’ INVERIGO.

2.1 - Il Castrum nell’Inverigo medievale.

Per cogliere l’importanza del Castello d’Inverigo è utile ripercorrere la sua storia millenaria, correlata a quella dei suoi nobili “inquilini”: si scoprirà così che Inverigo con il suo Castello ebbe un ruolo di primo piano nell’ancora vaga storia dell’Alto Milanese. La fondazione del complesso risale probabilmente al X secolo, tempo nel quale ci fu l’autorizzazione a fortificare gli abitati per difendersi dalle ricorrenti scorrerie degli Ungari, periodo nel quale certamente il sito esisteva 1. Ma il luogo possiede pure un’importanza strategica data dalla sua posizione elevata dalla quale si domina la sottostante pianura Brianzola e dell’alto milanese (nel 1818 Stendhal nel suo ‘Viaggio’ scrisse estasiato ‘dal panorama della pianura lombarda simile ad un vasto mare’); infatti, da tale posto si può controllare un ampio tratto della Valle del Lambro con i sottostanti suoi sentieri, guadi e traffici rivolti all’ultra Lambrum.

La prima menzione del castrum potrebbe rinvenirsi in una donazione che l’arcivescovo Ariberto d’Intimiano fece nel 1026 o 27 al Capitolo della chiesa di San Dionigi di Milano; fra i luoghi viene citato un castro ed una località detta «Invenigo » 2. Il castro ricompare tre secoli dopo, in una transazione del 20 febbraio 1348 3 con la quale l’arcivescovo di Milano Giovanni Visconti (1342-1354) permuta le proprietà di Groppello d’Adda e dintorni delle monache del Monastero di Lambrugo con quelle del “mediolanensis Brumaxii de Manziago” siti ad Inverigo, tra cui un edificio in rovina con corte nel castro d’Inverigo.

[NOTA da riprendere: Due riferimenti “in capite loci” ed uno al castro]

Era il 26 ottobre 1411 4, quando il nobile Anrigoto de Gluxiano acquistò il Castrum, ancora ridotto a rudere (questa condizione comune a molti altri edifici, come testimoniano documenti coevi, rileva un’instabilità sociale e una crisi sociale di lungo corso), da Antoniolo de Schotis, entrambi notai ed abitanti d’Inverigo. È un documento importante poiché vi è la descrizione dell’immobile con la sua torre, il magazzino, le case in stato cadente, il pozzo, il torchio, il forno, il colombaio ed il fossato castellano. La descrizione corrisponde sostanzialmente alla struttura attuale, nonostante le trasformazioni d’uso successive. Da una pergamena del 1277 5 si evince che membri della famiglia Scotti erano già presenti fra i notabili d’Inverigo.

I Giussani o de Gluxiano, i nuovi proprietari, fanno parte della più antica nobiltà milanese, i cui diversi rami furono i dominus di vari loci, da Giussano a Lurago d’Erba, passando da Inverigo e Arosio; è nota la loro partecipazione alle attività del Monastero Maggiore di Milano. Da documenti dell’XII e XIII secolo si rileva quanto i de Gluxiano siano stati numerosi e potenti nell’antica pieve di Mariano 6. Vari esponenti di questo clan ricoprirono cariche civili nel Comune di Milano; si ricordano, ad esempio la tesoreria del Comune di Piacenza ma sopratutto la gestione generazionale dell’amministrazione della neonata Fabbrica del Duomo. In entrambi casi con l’adozione del «Liber tabulae rationum» si anticipava, a metà del 1300, l’uso della cosi detta “Partita doppia”.

I Giussani “inverighesi” avranno una progressiva espansione economica con continue acquisizioni di immobili e terreni, sia ad Inverigo che nei paesi circostanti. Le carte del XV secolo riferiscono che già a quell’epoca il Castello d’Inverigo era il centro amministrativo di una miriade di cascine (quasi tutte quelle presenti oggi ad Inverigo risalgono almeno al XIV secolo), di proprietà dei de Gluxiano. A fine ‘400 7 essi misero mano al complesso e vi crearono una piccola corte dove conducevano uno stile di vita sfarzoso. Ne sono la riprova la scoperta di documenti per l’acquisto di seta 8 e il ritrovamento di pregevoli affreschi 9 coevi, durante recenti lavori di restauro all’interno della Villa.





2.2 – I Crivelli e la Villa ad Inverigo, ‘capitale della Brianza’.

In seguito fu ancora la famiglia Crivelli a creare la sistemazione che ancora oggi si vede. I beni dei Giussani inverighesi, fra cui il castello, confluirono nella famiglia Crivelli nel 1580 quando Tiberio Giussani nominò suo erede il nipote Flaminio Crivelli, figlio di Giovan Battista Crivelli e di sua figlia Aurelia Giussani. I Crivelli già a quei tempi erano ricchi possidenti terrieri in molte parti del Ducato di Milano. In particolare i Crivelli d’Inverigo appartengono al ramo detto “linea dei Marchesi d’Agliate” 10. Infatti, nel 1654 il re di Spagna Filippo IV, per riconoscimento dei suoi meriti militari e amministrativi, nominò Flaminio Crivelli marchese d’Agliate (da cui appunto prese nome questa linea di casato) e delle terre della pieve omonima; il titolo era trasmissibile ai discendenti. I Crivelli ebbero l’opportunità di affermarsi politicamente con l’acquisto di feudi, e quindi di incrementare ulteriormente il loro potere economico nel Ducato di Milano.

Tra il 1647 ed il 1689 i Crivelli (prima Tiberio, poi i fratelli Flaminio, questore del Ducato di Milano, ed Enea, ambasciatore presso i Grigioni) acquistarono i diritti di governo feudale su un vasto territorio comprendente quasi tutta la Brianza (Canzo, Caslino, Castelmarte, Longone, Incino, Inverigo, Carugo, Paina, Varedo, Masciago, Galliano, Rovellasca, Agliate, Besana e altri per un totale di 52 località) e la Lomellina. Nel frattempo essi trasferirono nel Castello d’Inverigo la residenza regolamentare del governo feudale. Nel Seicento, i Crivelli adattarono gli edifici adiacenti a nord del Castrum in “casa da nobile” cioè in villa signorile. Nel Settecento completano il loro sistema di potere con il trasferimento della Pretura ad Inverigo nella sede del ‘castro pretorio’ (edificio dalle forme tardo-gotico che in passato era stato una residenza signorile), quindi con la trasformazione del castrum in carcere e in abitazione delle guardie. La giurisdizione feudale su Inverigo fu acquistata dal questore Flaminio nel 1683 11. Tra l’altro il diritto feudale prevedeva che l’amministrazione della giustizia per i reati civili e penali (criminali, si diceva allora) non gravi fosse esercitata dal pretore, nominato direttamente dal feudatario. Ed infatti ancor oggi nella Villa o nelle adiacenze vi sono il ‘castro pretorio’, cioè il tribunale, e la torre delle carceri. Tutte le celle hanno uno stretto pertugio di luce rivolto verso il campanile, affinché ci fosse ispirazione di pentimento e catarsi. Le carceri con la garitta ottagonale di guardia sono collegate al ‘castro pretorio’ da un ponticello che attraversa la pubblica via.

. Nel Seicento e nel Settecento Inverigo si configurò come una delle più rilevanti sedi di potere dell’intera Brianza 12, tanto da far dire all’abate Annoni che ‘Inverigo fu chiamato la capitale della Brianza13. I Crivelli hanno una loro piccola corte con amministratori, servi, lacchè, ecc. e delegano l’amministrazione dei loro possessi a sub agenti che esercitano la conduzione agricola sui coloni e le loro famiglie praticando il comando con il rigore dei tempi. La giurisdizione dei Crivelli cessa nel 1797 con l’abolizione dei privilegi feudali ad opera del governo napoleonico.

2.3 – Il declino e rovina dei Crivelli e della loro Villa

I lavori di ristrutturazione effettuati a cavallo fra Settecento e Ottocento chiusero a quadrilatero la Villa, aggiungendo il loggiato neoclassico. Il progetto si ritiene affidato all’architetto Leopold Pollack (1751-1806), tra l’altro progettista di Villa Reale a Milano 14. Questo intervento (1805) sancì la definitiva trasformazione del complesso da sede feudale a villa di delizia. Nella circostanza furono anche creati due giardini pensili affacciati sul Viale dei Cipressi e posti simmetricamente ai lati dello stesso, per fare posto ai quali furono demoliti edifici della vecchia Inverigo. Interessante fu l’utilizzo dell’abside (ancora visibile) dell’antica chiesa romanica di S. Silvestro come parete di sostegno di uno dei terrapieni.

Dopo la caduta di Napoleone, i Crivelli aderirono gradualmente alle istanze risorgimentali e poi nazionali, con l’Unità d’Italia. Essi spostarono la loro dimora abituale a Milano, in Via Pontaccio. La nostra Villa, quindi, venne in qualche modo declassata a centro amministrativo delle pertinenti tenute agricole ed a Villa di campagna, una delle molte dei Crivelli.

Dopo la seconda guerra mondiale Inverigo e la Brianza assistono al collasso della propria millenaria civiltà contadina, come conseguenza delle grandi trasformazioni sociali. Fu l’inizio del rapido declino della Villa, del sistema delle cascine che ruotavano intorno ad essa e della Casata dei Crivelli. Alla morte dell’ultimo marchese, Uberto Crivelli, avvenuta alla fine anni ’50 del secolo scorso, gli eredi vendettero le proprietà di Inverigo, senza peraltro offrire la possibilità di prelazione agli affittuari delle corti circostanti la Villa, il che innesca una contesa giudiziaria. Gli eredi dell’ultimo marchese cedettero la proprietà a un’immobiliare e a privati.

I loro beni immediatamente vendibili finirono all’incanto 15, i cospicui beni immobiliari, come la Villa d’Inverigo, conobbero un degrado inarrestabile ed i loro archivi con la loro testimonianza storica andarono al macero.



E siamo ai giorni nostri.



3 - IL CASTRUM.

La parte più antica del complesso è il Castrum, la cui fondazione risale almeno al X secolo e fu rimaneggiato nel ‘400. Salendo lungo il viale d’ingresso, in Via Privata Crivelli, lo si incontra sulla destra, a partire dalla tozza torre d’angolo che costituiva la sede del carcere. Altri riferimenti che delimitano il Castrum sono la torre di guardia e, sul lato opposto, la garitta di guardia al ponte; poi il grande edificio che conserva tracce di finiture signorili e che potrebbe essere l’originaria sede nobiliare. Un ponticello in mattoni collega il Castrum al ‘castro pretorio’, edificio già esistente a metà Quattrocento con bella monofora in puro stile gotico/lombardo ed un primo esempio di camino a canna fumaria. Nel Castrum si entra nel portone ligneo situato tra la torre del carcere e la torre di guardia. All’interno vi sono magazzini, abitazioni, stalle, un portico sorretto da colonne di mattoni circolari, il pozzo ed il basamento del torchio medievale. Il cortile ha una bella rizzàda, pavimentazione in acciottolato.

È un microcosmo feudale, sicuramente rimaneggiato nei secoli ma ancora completo delle strutture di residenza, di servizio e di governo: la torre di guardia, i magazzini, la torre del carcere, l’infermeria, le abitazioni delle guardie, la garitta e il ponte che porta al Pretorio, il pozzo, il torchio, il palazzo signorile. Un insieme sistematico di eccezionale valore culturale nel territorio lombardo. La sua importanza e rarità però è stata finora misconosciuta.

Questo luogo ospitò spesso funzioni pubbliche come il già ricordato magistrato feudale nel XVIII secolo (con annesso carcere) e come distaccamento dell’Esercito che faceva presidio militare (avvistamento aereo e funzioni antincendio) della zona fino al settembre 1943.



3.1 - Osservazioni e proposte per il Castrum.

La proposta primaria e più qualificante riguarda questa parte del complesso e si articola nei seguenti punti.

  1. sacrificare altre parti, magari già inserite nella convenzione da cedere al Comune come ad esempio il piccolo oratorio dedicato alla Vergine Madre di Dio. Questo spazio sconsacrato, oltre ad essere stato già depredato dei suoi arredi, non presenta particolari valori architettonici e storici;

  2. Inoltre lo scomputo oneri del restauro di Via Privata Crivelli (punto 1 della Convenzione), la cessione parziale del giardino (punto 3), l’allacciamento della rete fognaria (punto 5a), del gas (punto 5b) ed elettrica (punto 5c) potrebbero essere rinegoziati in questa chiave per arrivare alla cessione al Comune dell’area del Castrum. Le opere citate nei punti appena sopra sono finalizzati alle esigenze dell’insediamento e non dovrebbero essere computati in conto cessioni all’Amministrazione Pubblica;

  3. Il danno delle parti crollate e perse di beni originali durante il periodo in vigore della Convenzione va quantificato e accollato alla Proprietà;

  4. Per ultimo, una minuziosa misurazione delle superfici calpestabili (esclusi quindi gli spessi muri esterni) del Castrum andrebbe effettuata per quantificare un eventuale scambio di volumetria edificabile in altri parti meno nobili della Proprietà.





4 - IL GIARDINO.

Il giardino si stende dalla Villa verso il piede della collina concludendosi lungo l’attuale via al Gigante. La villa ed il giardino sono un insieme organico anche se pianificato nelle sue parti in epoche diverse. Nelle prossimità del Castrum, un documento riferibile al 1501 16 elenca due piante di alloro (plantis lauri), sei melograni piccoli (plantis pomorum granatorum), peschi (plantis persicorum) e fichi (plantis ficuum), un giuggiolo (planta zenzoini) e tre pergolati d’uva (pelgoris). In un brolio associato ad un sedimen, sicuramente vicino al nostro Castrum, crescevano sei albicocchi (plantis moniacarum), sei peri (plantis pirorum), 6 meli (plantis pomorum), cinque prugni (plantis prunorum), tre fichi, diciannove melograni, una noce (planta una nucis), sei peschi (plantis persicorum), un mandorlo (planta una amigdale), un gelso (planta una moroni), un amarena (planta una marene brusche), un farnetto (planta esculi), e due salici (plantis salicum). Da notare che per l’epoca l’alloro, il melograno, il giuggiolo, il farnetto, il gelso e il mandorlo erano piante ricercate e poco frequenti nel nostro territorio.

Dagli ‘orti concluxi’ e ‘brolii’ quattrocenteschi attigui alla nostra casa ’fortificata’, si arriva all’epoca barocca in cui il giardino fu trasformato con i nuovi canoni della moda che si stava affermando fra le ville dell’aristocrazia. Successivamente ebbe importanti propaggini all’Orrido e alla collina del Gigante secondo i dettami del gusto architettonico del XVII secolo. Come in tutti i giardini ondulati della fascia prealpina lombarda, il nostro era caratterizzato da terrazzamenti, ‘belvederi’, effetti prospettici nelle fughe di viali e statue mitologiche. Non mancavano siepi di bosso. Vedute settecentesche e stampe ottocentesche (famosa è l’incisione raffigurante la villa con giardino sottostante dei coniugi Lose realizzata nel 1821) ci tramandano immagini di un giardino in parte francese (nella parte verso la Villa) ed in parte all’italiana nella parte bassa.

I giardini di Villa Crivelli divennero famosi e furono oggetto di visite anche di noti letterati come Foscolo, Porta e Stendhal. La fama si protrasse fino ai primi decenni del XX secolo quando ancora il giardino di Villa Crivelli d’Inverigo era inserito nella lista 17 dei più importanti d’Italia.



4.1 - Osservazioni e proposte per il Giardino.

La proposta è di:



5 - I VIALI

Nel 1664, Giovan Battista Crivelli collegò il castello al Santuario di S. Maria alla Noce tramite un viale a doppia fila di cipressi. Una lapide d’epoca, posta sul viale, ricorda l’evento. Il viale termina in un’esedra all’altezza di Piazza Mercato presso S. Maria alla Noce. Poi, qualche decennio più tardi, il nipote Enea lo prolungò fino alla chiesetta di S. Andrea al Navello ed in prossimità dell’Orrido. Nel 1722 i successori dei Crivelli allungarono il giardino verso ponente; scavalcata la strada che porta a Milano (via al Gigante) costruirono una scalinata sino in cima al colle, dove collocarono una gigantesca statua di Ercole (alta circa 4 metri e detto appunto “il Gigante”). Anche la scalinata fu abbellita con un doppio filare di cipressi ed in seguito il viale fu prolungato in direzione del complesso chiamato allora ‘il Palazzo’, oggi famosa come ‘La Rotonda del Cagnola’. La maggior parte delle statue che accompagnavano il viale è scomparsa o appare deturpata. Questo viale, lungo complessivamente due chilometri (uno dei più lunghi d’Europa), segna con forza tutto il paesaggio circostante. È una rappresentazione elegante del potere che dal castello s’irradia nel territorio. Nell’Ottocento divenne passeggiata romantica.



5.1 - Osservazioni e proposte per i viali.

Si prende atto positivamente che la Regione Lombardia ha riconosciuto nel D.g.r. 10 febbraio 2010, n. 8/11369, insieme all’Orrido, il viale dei Cipressi come zona di “notevole interesse pubblico dell’area del paesaggio rurale e luogo dell’identità” lombarda disponendo anche le “Prescrizioni d’uso e criteri di gestione degli interventi”. Tuttavia si avanzano alcuni suggerimenti per rinvigorire ulteriormente la tutela prevista dal decreto regionale e per migliorare la fruibilità pubblica dei viali.



6 - LE TERRAZZE E I RESTI DELLA CHIESA ROMANICA DI SAN SILVESTRO.

Chi sale il Viale dei Cipressi dal Santuario di S. Maria verso Villa Crivelli può ancora osservare l’abside di una chiesa romanica: si trova alla sinistra inglobato nel muro di sostegno di uno dei belvedere della Villa. E’ ciò che rimane dell’antica chiesa di San Silvestro, già citata nel “Liber notitiae Mediolani” di Goffredo da Bussero, testo di fine Trecento. Nel Quattrocento numerose atti notarili la menzionano, spesso abbinandola insieme all’altra chiesa d’Inverigo dedicata a Sant’Ambrogio. L’arcivescovo Gabriele Sforza vi fece visita pastorale nel 1455. Agli inizi dell’Ottocento, quando l’architetto Leopold Pollack mise mano ai lavori della Villa, la chiesa venne interrata e suoi muri absidali furono utilizzati come bastione di sostegno ad una delle due terrazze panoramiche. Si perse memoria della sua localizzazione, tanto che Mons. Cazzani nella sua ‘Storia di Inverigo’ presupponeva che fosse stata inglobata nel corpo della Villa, dove era l’oratorio dedicato alla Vergine Madre di Dio (una lapide interna all’oratorio cita ’VIRGINI DEI MATRI DICATUM’); pochi anni fa avvenne il fortuito ritrovamento. Gli arredi e suppellettili dell’oratorio ottocentesco sono stati dispersi e poco o nulla rimane nel locale che è di modesto interesse artistico.



6.1 - Osservazioni e proposte per i resti della chiesa romanica di San Silvestro.





7 - SALVAGUARDIA DI ALTRE PARTI DEL COMPLESSO

La struttura attuale della Villa Crivelli è il risultato di sovrapposizioni al nucleo originario, avvenuto in epoche diverse. Il complesso, situato in posizione dominante sulla che guarda la valle del Lambro, è di grande effetto paesaggistico. Architetti sconosciuti o celeberrimi, come Leopold Pollack, hanno lavorato a più riprese nei secoli. A luoghi ludici come il Teatro della corte, con antiche macchine sceniche ancora presenti, si aggiungono spazi dedicati al lavoro dei coloni e delle maestranze della corte. Fra questi si segnalano il gigantesco Torchio del 1736 (situato nella corte detta del Fattore che ricorda i tempi antecedenti l’arrivo della Filossera avvenuta nell’ultimo quarto del XIX secolo, in cui il 30% dell’intero territorio inverighese era coltivato a vite e la produzione di vino era imponente), il basamento del torchio medievale nel Castrum, e le cucine settecentesche (con annesso forno per il pane, camino monumentale e cuoci-vivande in muratura) che sono una rarità nel nostro territorio.



7.1 – Altre osservazioni e proposte.

La proposta è di:



[Elaborato da Luigi Perego nel luglio 2010]

1 996 dicembre 10. “In loco et fundo Euvuirico nominative mansum illum quod rectum et laboratum esse videtur per Odelbertus abitator in eo loco Euvuricoin AMSVMeda, FPerg (A).

2 « excepto castro, unam partem, quam habeo in Invenigo, Sexto, et Quinto, Cuciago, Barzago et Verzago, quantumque habeo cum quinquaginta servis…» Il documento, ora scomparso, fu trascritto da I. P. Puricelli in: De SS Martyribus Arialdo Alciato et Herlembaldo Cotta Mediolanensibus veritati ac luci restitutis libri quatuor, Cap. 93, n. 10. Mediolani 1657, pp. 485-6. - Cit. in: Carlo ANNONI: Borgo Canturio; pp. 275-6 “quam habeo in Juvenigo- AA.VV.: Ariberto da Intimiano: fede, potere e cultura a Milano nel secolo XI; Silvana editore, Cinisello Balsamo (MI), 2007; ripresi da: Martina BASILE WEATHERILL: Una famiglia ‘longobarda’ tra primo e secondo millennio: i ‘da Intimiano’ I parenti e le proprietà di Ariberto. p. 319; e da Maria Franca BARONI: Segni del potere: i documenti di Ariberto, p. 419.

3 ASMi Religione p.a. cart. 3769; la pergamena recita: «item sedimen unum dirupatum cum curte ed orto ubi dicitur in castro de Invericho cui est a mane via, a meridio a siro et a monte fuit illorum de la Turre, tabullarum quinque et pedum novem»

4 ASMi, Fondo Crivelli, Acquisti, cart. 1, fasc. 4. Atto datato 26 ottobre 1411.

5 Il documento è riportato in F. M. Baroni, ‘Atti del Comune di Milano nel XIII secolo’, Alessandria, 1997, pag. 249. Si parla di un Guiscardo de Scoto che era tra i consules et offitiales” del comune di Inverigo.

6 Vedi le pagine riguardanti i Giussani scritte da Elena Alfano in ‘Santi, supplizi e storia nella pittura murale lombarda del XII secolo: la cappella di S. Martino a Carugo, Roma, 2000.

7 ASMi, Fondo Crivelli, Acquisti, cart. 1, fasc. 15. Compravendita datata 18 dicembre 1480.

8 In una lettera commerciale del 18 gennaio 1537 (ASVr Fondo Dionisi-Piomarta, busta 1954, citata in AA. VV., ‘La seta in Italia dal Medioevo al Seicento’, Venezia, 2000), il mercante milanese Agostino Zaffarone, scrivendo all’imprenditore serico veronese Donato di Alvise-Stoppa cita fra i suoi clienti di seta il domino Brunoro da Giussano, che abitava nel castello di Inverigo: ’…poi mazi 6 de ditto n. 2 trama a domino Brunoro da Giussano a lire 9 soldi 10 a tempo a mexi sei proximi son libre 17 netti…’.

9 Il ‘Giornale di Erba’ del 20 ottobre 2007 riporta a pag. 48 il resoconto di una conferenza tenutasi ad Inverigo dai restauratori Eros Zanotti e Nora Giambelli per la fine dei lavori di recupero affreschi nella Villa Crivelli, commissionati dalla proprietà. Oltre ad opere seicentesche e settecentesche, fra cui alcune di Giovanni Ghisolfi (morto proprio ad Inverigo nel 1683), i lavori di restauro hanno fatto recuperare pregevoli affreschi cinquecenteschi ed addirittura una sinopia (un disegno preparatorio per un affresco) trecentesca con la rappresentazione di un orso giocoliere posto fra due giullari.

10 Vedi E. Casanova, ‘Nobiltà Lombarda Genealogie’, Milano, 1930.

11 Vedi E. Casanova, ‘Dizionario feudale delle province componenti l’antico Stato di Milano all’epoca della cessazione del sistema feudale’, Milano, 1930. Nell’atto di acquisto dei diritti feudali compaiono, oltre a Inverigo, anche Olgelasca, Birone, Paina, Cassina Brugazzo, Incasate, Romanò, Guiano, Cassina Bistorta, Brenna, Villa Romanò, Guarda, Cremnago, Cassina Gattedo, Cabiate ed Arosio. Don Flaminio Crivelli pagò 15.000 lire per l’intero feudo sborsando quindi lire 9 per ogni fuoco, cioè per famiglia.

12 Queste note sono tratte da I. Cantù, ‘Le vicende della Brianza e dei paesi circonvicini’, Milano, 1836 e riprese poi da E. Cazzani nella sua ‘Storia d’Inverigo’, Saronno, 1958. Vedi anche N. Sanvito, ‘I paesi di Inverigo’, Giussano, 1989.

13 Carlo Annoni – ‘Monumenti e fatti politici e religiosi del borgo di Canturio e sua Pieve’, Milano 1835.

14 ASMi, Fondo Crivelli, cart. 30, fasc. 2. Nella nota spese per la fornitura di colonne, capitelli e altro il sostraro Nicola Pirovano di Porta nuova dichiara di aver ricevuto l’ordine da Giuseppe Pollack (figlio di Leopold). Ma la ricevuta di pagamento è controfirmata (con tutta evidenza) da Leopold Pollack. Perciò la data, mal decifrabile, dovrebbe essere 1805, non 1815 come può sembrare a prima vista.

15 A titolo di esempio citiamo la vendita all’asta da Cristie’s a Londra, tenutasi il 3 dicembre 1997, di un ritratto (196,2 X 118cm) del Marchese Flaminio Crivelli dipinto da Carlo Francesco Nuvolone (Milano 1609 – Milano 1662).

16 ASMi, fondo Crivelli, Affitti, cartella 11, fasc. 16, L’atto notarile è vergato dal notaio Fernandus de Gluxiano a Giussano nel giorno 25 febbraio 1501.

17 Vedi Luigi DAMI, Il giardino italiano; Edit.: Bestetti & Tuminelli, Milano, 1924. Da segnalare anche il testo di Edith WHARTON, Italian villas and their gardens; by Century Magazine, New York, 1904. Trad. italiana: Ville italiane e loro giardini; Edit. Passigli, Firenze, 1983. L’autrice americana cita e commenta il giardino di villa Crivelli.